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domenica 29 maggio 2011

Dimenticare un figlio



image Due bimbi piccolissimi, Elena e Jacopo, sono morti questa settimana, dimenticati sotto il sole cocente nell’auto dai loro papà. Non è un un’epidemia, ma la concomitanza dei due fatti fa pensare. E spaventare. I bambini hanno bisogno di mille mani che li agguantino prima che cadano da una sedia, che li salvino da uno spigolo sulla tempia, da un dito nella presa. E mille occhi per tenerli sotto controllo al mare, ai giardini, per la strada. Si dice sempre, in questi casi, “è stato un attimo”, un solo girare la testa e il piccolo ha improvvisamente attraversato la strada o si arrampicato da qualche parte e poi è caduto. L’attimo, nella sua irrisoria brevità temporale, però si cristallizza nel tempo perché a volte produce una conseguenza eterna come la morte. Questo è accaduto sempre, non è una novità di oggi. Commentando queste due storie, un amico mi ha confidato di aver perso sulla spiaggia sua figlia quando aveva tre anni. “È stata – ha detto – l’ora più orribile e interminabile della mia vita. Uno smarrimento che non so nemmeno descrivere. Ho pensato di tutto, a un certo punto ero disperato anche perché non sapevo nemmeno a chi rivolgermi, visto che non credo in Dio. Quando l’ho ritrovata mi sono messo a piangere”.

Nelle storie di Elena e Jacopo c’è un lungo black-out dentro la testa dei due papà. Quattro, cinque ore addirittura, di vuoto assoluto. Un interruttore che improvvisamente si è girato. Elena Lowental ha scritto: “Dimenticare un figlio non si può. Come si fa? È persino più inammissibile di ucciderlo. Un figlio ce l’hai davanti agli occhi e dentro la testa sin da quando ti viene al mondo e anche prima. Sta lì, occupa tutto lo spazio che hai – dentro e fuori. Come fai a dimenticarlo?”. È una domanda posta con ragione e sentimento, perfettamente comprensibile. La mamma di Elena invece ha detto di suo marito : “Non ha colpa, viveva per nostra figlia. Io sono incinta e cercava di sollevarmi da tutte le fatiche. È una cosa che poteva capitare a chiunque”.
Questo “può succedere a tutti” è il motivo per cui non c’è aggressività sociale di fronte a episodi così, anzi quasi una solidarietà, una richiesta di non infierire sul dolore, una comprensione pietosa. Ma si può capire questo vuoto? Si può spiegare con l’impossibilità di contenere tutto, di controllare ogni aspetto di vite che sono sempre più piene: impegni, scadenze, frenesie. E cronici sensi di colpa, specie dei padri, molto spesso assenti nei primi anni di vita dei figli, aggrovigliati in doveri, carriere, ambizioni. L’accudimento dei figli è un lavoro faticosissimo, forse sbagliamo a pensarlo – specie nei primi anni della loro vita – compatibile con molto altro.

Resta un grande punto di domanda davanti a queste morti: come la testa può cancellare ciò che ami di più al mondo, tanto da scordatelo per ore? Su molti siti e blog si leggono insulti, incredulità, rabbia per quello che è accaduto a questi due bambini. Chi lancia anatemi contro i padri, chi parla di responsabilità imperdonabile. O chi, dall’altra parte, di fatalità. Emettere una sentenza è impossibile. Siamo solo persone. Esseri umani, quindi limitati, fallaci, capaci anche di sbagli tragici, non esenti da colpe. È soltanto buon senso, però un po’ di calma – dentro e fuori di noi – sarebbe d’aiuto per affrontare la vita.

 

di Silvia Truzzi

 

da Il Fatto Quotidiano, 29 maggio 2011





 

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