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domenica 20 marzo 2011

Il sipario sul guascone



 

Berlusconi bacia la mano a Gheddafi - 27 marzo 2010

Berlusconi bacia la mano al dittatore Gheddafi (clicca sulla foto per vedere il video) – 27 marzo 2010

A meno di un anno dal famoso baciamano a Gheddafi, e a un mese esatto dall’altrettanto celebre “non voglio disturbarlo“, siamo entrati in guerra con la Libia, violando tra l’altro un trattato mai formalmente denunciato: tant’è che che campeggia ancora sul sito del nostro ministero degli Esteri.

Dove si dichiara orgogliosamente che «il nostro Paese ha costantemente sostenuto Tripoli nel processo di progressiva normalizzazione dei rapporti con l’Occidente e rappresenta per la Libia il principale Paese di riferimento», mentre più avanti si esalta «la prima storica visita in Italia del Leader libico Gheddafi».

Parole che oggi fanno un po’ impressione – stiamo attivamente e strategicamente sostenendo i bombardamenti – e che pure sono ancora lì, nel sito del Mae, a testimoniare quanto rapido sia stato il nostro voltafaccia.

Il che, ovviamente, ha fatto tornare a molti in mente la peggiore tradizione italiana in politica estera, dal Patto di Londra all’8 settembre, e quel modo di dire che ci portiamo dietro da settant’anni, ‘to badogliate’.

Tutto vero, purtroppo.

Ma questa volta, con un ingrediente in più.

A fallire, in modo fragoroso e imbarazzante, questa volta è anche se non soprattutto una concezione della politica estera basata sulla superficialissima pretesa di essere amici di tutti, tanto basta una battuta e un abbraccio, una barzelletta e un gesto delle corna per far ridere, più un cucù per rompere il ghiaccio.

E non lo dico io: lo dice lui, che era tutto così. Quando spiega di aver baciato la mano a Gheddafi perché è un simpatico «guascone», quando sostiene (sosteneva?) che «la politica estera è anzitutto un fatto di rapporti personali» e rivendica (rivendicava?) la diplomazia del cucù perché «un motteggio o una barzelletta servono per creare simpatia fra gli statisti e poi si lavora meglio».

Era evidente che era una puttanata, perché la vita è un po’ più complessa di così: ma per anni – anni! – i più seri vessilliferi del premier, Giuliano Ferrara in testa, hanno lodato questa «lungimiranza» parlando di «leadership pop e postmoderna» e sfottendo gli «accigliati censori» che osavano mettere in dubbio l’utilità di raccontare barzellette sulla Bindi a Lukashenko.

Adesso si vede dove ci hanno portato le guasconate, gli abbracci a tutti, le storielle ai vertici, le “ciulatine con la cameriera”.

Siamo al punto più basso di sempre di credibilità internazionale – e la nostra fama di ambiguità e di inaffidabilità è ai suoi massimi dal 1943.

Credeva di farli ridere con lui, ora stanno ridendo di lui.

E, purtroppo, di tutti noi.

 

 

da Piovono Rane di Alessandro Gilioli





 

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