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martedì 8 febbraio 2011

“Federalismo in cambio del processo breve”



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Ad Arcore lo scambio tra Umberto Bossi e Silvio Berlusconi. Unica incognita: Giorgio Napolitano

Le riforme, a partire dal processo breve e dalle intercettazioni, in cambio del federalismo. Più che un patto, l’ultimo accordo tra Silvio e Umberto, è uno scambio. Che ha un’unica incognita: Giorgio Napolitano. Ieri sera ad Arcore Berlusconi e Bossi si sono confrontati sui rispettivi obiettivi. Il premier ha assicurato l’alleato di avere i numeri per portare a compimento la legislatura, quindi non ci sono difficoltà. Al senatùr, che chiede di non tirare avanti solo per galleggiare, il Cavaliere risponde che ci sono tutti i presupposti per definire i progetti in cantiere, a partire dal federalismo, in cambio chiede di evitare strappi pericolosi per la tenuta della maggioranza e promette un suo allargamento.

Ma se la Lega può garantire i numeri, il premier non può dare altrettante garanzie sull’approvazione definitiva del federalismo perché ora è il Quirinale a dover sciogliere le proprie riserve. Roberto Calderoli ha in mano le osservazioni del Colle sul passaggio in aula del fisco municipale e domani ci sarà l’incontro tra Bossi e Napolitano. La linea è quella di assecondare le richieste del Capo dello Stato, confidando in una lettura morbida dei regolamenti: accettando che la relazione alle Camere arrivi dopo l’approvazione del decreto in Consiglio dei ministri. Poi la volontà è quella di blindare la maggioranza nelle commissioni parlamentari, riequilibrio ritenuto indispensabile da Bossi e condiviso da Berlusconi per rendere possibile l’iter spedito del processo “riformatore”.

Questi i temi affrontati ieri ad Arcore. Presenti i vertici della Lega e il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti che, da convinto sostenitore del federalismo, pur ribadendo che le casse dello Stato sono chiuse, ha prospettato la possibilità di rivedere alcune stime in positivo una volta realizzata la riforma bandiera della Lega. Tremonti ha anche fatto una panoramica sulle misure che saranno esaminate mercoledì prossimo dal Consiglio dei ministri per il rilancio dell’economia, mentre il governatore del Piemonte, Roberto Cota, reduce da una visita negli stabilimenti Chrysler negli Usa, ha raccontato l’esito della missione a Berlusconi anche in vista dell’incontro di sabato a Palazzo Chigi tra governo e Sergio Marchionne.

Nessun passaggio invece sulle inchieste del Ruby gate. Il premier si è limitato a ribadire la necessità di accelerare i tempi sul processo breve trovando in Bossi l’alleato comprensibile e disponibile di sempre, nonostante la crisi che il Carroccio sta attraversando con la propria base. Che il patto sia andato a buon fine lo ha confermato Roberto Calderoli, incaricato dal senatùr di parlare a nome del partito padano. E ha ufficializzato l’apertura. “Noi abbiamo approvato al Senato un provvedimento sul processo breve che era stato votato anche dai cosiddetti finiani”, ha detto il ministro della Semplificazione. “Il problema più grande della giustizia italiana è la lunghezza dei processi e quindi ridurre la durata dei processi è un obbligo, così come lo è dare la certezza della pena”. A prescindere dall’allarme ribadito dall’Anm, secondo cui, con il ddl sul processo breve sarà prescritto il 50% dei procedimenti pendenti a Roma Bologna e Torino; mentre a Firenze, Napoli e Palermo, l’estinzione riguarderà una percentuale di procedimenti compresa tra il 20 e il 30 per cento, ha stimato l’Associazione nazionale magistrati. Tra i processi noti a rischio, oltre ai tre a carico del premier (Mediaset, Mills e Mediatrade) anche quello sulla clinica Santa Rita a Milano; i processi per le scalate bancarie dell’Antonveneta e della Bnl, i processi per lo scandalo dei rifiuti in Campania, quello a carico dell’Impregilo e di Bassolino, i processi per grandi mazzette come quelli di Enipower e Enelpower.

Ma il patto è stato raggiunto, in nome del federalismo. Calderoli ha “riportato” anche l’esito dell’accordo per quanto riguarda la composizione delle commissioni, mettendo l’accento sulla Bicamerale che la settimana scorsa ha sostanzialmente respinto il federalismo municipale con un pareggio. “La composizione della Bicamerale è legata soprattutto dalle indicazioni che vengono dai gruppi misti. Si deve intervenire sul problema delle commissioni permanenti, vanno redistribuite ma bisogno anche allargare la base della maggioranza”, ha detto. “L’allargamento serve a raggiungere quelle maggioranze necessarie per poter lavorare”. Infine la sigla del patto con Berlusconi: “La Lega non stacca nessuna spina, vuole stare al governo per fare le riforme”.


da Il Fatto Quotidiano




 

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